ItalyPost -

SOSTENIBILITÀ, AVANTI PIANO CRESCONO GLI INVESTIMENTI MA LA CONGIUNTURA NON AIUTA

Tra progressi concreti e difficoltà strutturali la transizione si trova a uno snodo cruciale. Le ricadute negative dei conflitti in corso potrebbero rallentarne il futuro sviluppo. Emerge un quadro a due velocità

A cosa ci riferiamo quando parliamo di sostenibilità: stiamo davvero costruendo qualcosa che regge economicamente, o ci stiamo raccontando una storia facile da pubblicizzare? I numeri reggono la nostra narrazione fatta di efficienza, emissioni che scendono e reddittività che sale, oppure ci siamo convinti che basti il fatto che il tema sia mainstream per rendere il tutto credibile?

Per essere onesti con noi stessi, ma anche per rappresentare in modo corretto la realtà dei fatti la risposta può essere solo una: sono vere entrambe le cose. Lo dimostrano i dati più recenti, perché ci restituisco un quadro a due velocità. In effetti, ci sono segnali incoraggianti da un lato, come rinnovabili in crescita, economia circolare in avanzamento, finanza verde alle soglie di un nuovo record. Una l’altra faccia della medaglia ci parla di ritardi strutturali: emissioni inquinanti che calano ancora troppo lentamente, infrastrutture idriche che perdono la metà dell’acqua potabile e un divario crescente tra impegni sulla carta e realtà produttiva quotidiana. In poche parole, i parametri di ciò che indichiamo come sostenibilità sono in costante miglioramento, ma non abbastanza per dirci fuori pericolo.

Il quadro climatico: l’anno più caldo della storia nazionale

Facciamo un esempio con i dati a disposizione e limitiamoci per il momento a restare in Italia. Il 2024 è stato l’anno più caldo nella storia climatica italiana. Non una statistica astratta: quell’anomalia termica si è tradotta in oltre 3.600 eventi climatici estremi – alluvioni, siccità, ondate di calore, frane – più di quattro volte quelli del 2018.

Sul fronte delle emissioni, l’Italia ha ridotto i gas climalteranti del 28% rispetto al 1990, ma nel 2024 il calo si è fermato a meno del 2%. Per rispettare l’impegno europeo di riduzione del 43% entro il 2030, il Paese dovrebbe più che triplicare il ritmo nei prossimi sei anni.

Ma questo ha un peso anche a livello economico. Secondo il rapporto pubblicato da Greenpeace, che ha elaborato i dati del Dipartimento della Protezione Civile, tra il 2015 e il 2024 i danni provenienti da frane e alluvioni nel nostro Paese hanno superato i 19 miliardi di euro. La classifica delle Regioni maggiormente colpite dagli eventi, vede al primo posto l’Emilia Romagna, seguita da Sicilia, Lombardia, Piemonte e Veneto. Ultimi esempi che testimoniano lo stato di l’emergenza continua sono rappresentati dai movimenti del fronte della frana che a inizio gennaio ha colpito Niscemi, in Sicilia. Mentre la frana che ha provocato la chiusura di autostrade e linee ferroviarie tra Abruzzo e Molise. Sono danni che colpiscono i cittadini, ma che hanno un contraccolpo anche per le attività
economiche. Energie rinnovabili: quasi al 50%, ma il passo rallenta

La produzione elettrica da rinnovabili, sempre nel 2024, ha raggiunto il 49% del totale, una quota fino a pochi anni fa impensabile. Ma nel corso dell’anno successivo c’è stato un rallentamento. Nel 2025, la produzione da fonti energetiche green ha coperto “soltanto” il 41% della domanda complessiva. Nonostante ogni anno venga battuto il record storico per l’installazione di potenza fotovoltaico, le rinnovabili hanno avuto un calo si è registrato un lieve calo a causa del ritorno della produzione idroelettrica a livelli standard dopo un anno eccezionalmente piovoso.

Ma il confronto con l’obiettivo del 70% previsto dal PNIEC – il Piano nazionale per l’energia e il clima – per il 2030 ridimensiona gli entusiasmi. Il primo semestre del 2025 ha mostrato un calo del 17% nelle nuove installazioni di solare ed eolico, attribuibile alla fine degli incentivi e a scelte restrittive di alcune regioni in materia di autorizzazioni.

Sul territorio crescono invece le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER): centinaia di realtà in cui cittadini, imprese e amministrazioni locali producono e condividono energia pulita. Un fenomeno ancora di nicchia, ma che indica una direzione precisa: l’energia come bene comune, capace di ridurre bollette, emissioni e dipendenza dalle grandi reti.

Economia circolare: leadership europea con qualche nodo aperto

L’Italia guida l’Europa nell’economia circolare: 86% dei rifiuti avviati al riciclo, 20,8% dei materiali consumati da riuso o riciclo, produttività delle risorse cresciuta del 32% tra il 2020 e il 2024. Ma il cerchio non si chiude del tutto: il mercato delle materie plastiche riciclate è in crisi strutturale, con domanda stagnante e prezzi bassi. Raccogliere e riciclare senza creare sbocchi industriali per i materiali recuperati equivale a spostare il problema, non a risolverlo. Occorre una politica industriale che crei domanda per il riciclato. Resta alta, al 46,6%, anche la dipendenza da materie prime
importate: un elemento di fragilità in un mondo dove chi controlla litio, cobalto e terre rare controlla di fatto i tempi della decarbonizzazione.

Finanza verde: mille miliardi non bastano

Solo le buone intenzioni e le dichiarazioni di principio non bastano per spingere la “sostenibilità” economica. Servono anche gli investimenti. Nel 2025 le emissioni globali di strumenti finanziari legato alla sostenibilità hanno toccato quota mille miliardi di dollari, sostenute dall’EU Green Bond Standard che punta a contrastare il greenwashing.

In Italia, i BTP green hanno contribuito a una riduzione stimata di 40 milioni di tonnellate di CO2, con effetti sul PIL stimati attorno ai 17 miliardi di euro. Eppure i capitali privati restano cauti: la sfida, come indica la fondazione Building Bridges, è costruire strumenti in grado di trasformare ambizioni climatiche in rendimenti verificabili e stabili.

Le nuove tendenze: trasparenza obbligatoria e consumi responsabili

Crescono anche gli strumenti legali. La direttiva CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) è una normativa dell’Unione Europea che obbliga un numero crescente di aziende a pubblicare report dettagliati sul proprio impatto ambientale e sociale. Sostituisce la precedente direttiva, introducendo standard molto più rigorosi e uniformi per rendere i dati sulla sostenibilità trasparenti e confrontabili quanto quelli finanziari. L’ISSB (International Sustainability Standards Board) lavora intanto a standard globali per i report ESG, con l’obiettivo di fornire agli investitori una base
omogenea di informazioni su scala mondiale. I consumatori, dal canto loro, chiedono trasparenza sull’intera filiera e privilegiano prodotti durevoli e riparabili. Cresce il modello Zero Waste Living, spinto anche dall’esigenza di contenere i costi familiari in un contesto di inflazione persistente.

Le ombre: geopolitica e ritardi interni

A livello globale, infine, si assiste a un rallentamento da parte delle grandi potenze sulle politiche legare alla sostenibilità. Il ritiro americano dall’Accordo di Parigi e le nuove tariffe commerciali (10-20% su tutte le importazioni) rallentano l’adozione di tecnologie verdi a livello globale. I conflitti in corso potrebbero avere ricadute negative sulla crescita, con misure straordinarie per sostenere l’economia dei vari Paesi che potrebbero rallentare le politiche green (come sta accadendo all’interno della Ue). Ma se anche non dovesse accadere le scelte dei governo sono spesso contradditore. Caso emblematico la Cina: è diventato la nazione leader delle rinnovabili, ma allo stesso tempo le centrali a carbone continuano a crescere. È vero che nel 2015 il carbone generava il 69% dell’energia cinese, e nel 2025 è scesa a ridosso del 50%. Ma il carbone consumato ammonta ancora al 40% in più rispetto al resto del mondo messo insieme. Se non altro l’anno scorso, per la prima volta, in Cina le emissioni inquinanti hanno fernato la loro crescita. è già un primo passo.

[contenuto_news]

Articoli recenti