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IL TEMPO DELLA SOSTENIBILITÀ ADULTA: BASTA CON GLI SLOGAN

di Filiberto Zovico

Come sarà il mondo tra vent’anni? Non è una domanda retorica. È una domanda industriale, economica, sociale. E soprattutto che obbliga a uscire dalle semplificazioni che hanno caratterizzato una parte del dibattito pubblico negli ultimi anni. Proprio questo è il quesito che abbiamo posto come base per l’edizione di quest’anno del Green Economy Festival di Parma. Un’istanza che nasce da una riflessione che portiamo avanti con coerenza e determinazione.

Quando il Festival ha iniziato a occuparsi di questi temi, infatti, la sostenibilità era un terreno di frontiera. A parlarne erano imprenditori spesso isolati, figure che mettevano in discussione i modelli produttivi dominanti quando il tema non era ancora entrato nell’agenda politica e mediatica. Non lo facevano per adesione a un’ideologia, ma per una intuizione precisa: che il rapporto tra impresa, risorse e ambiente sarebbe diventato un nodo centrale della competitività.

In quegli anni si muovevano realtà molto diverse tra loro: aziende del design che ripensavano materiali e cicli produttivi, cooperative legate ai territori che valorizzavano filiere locali, imprese che iniziavano a interrogarsi sulla
sostenibilità degli spazi di lavoro e delle catene di fornitura. Accanto a queste esperienze nascevano anche le prime B Corp italiane, che provavano a integrare in modo strutturale obiettivi economici, ambientali e sociali. Erano, per molti versi, anni di sperimentazione. E anche di solitudine. Chi parlava di sostenibilità veniva spesso considerato fuori dal tempo, quando non addirittura un eccentrico. Eppure, proprio in quella fase si sono costruite alcune delle basi più solide del percorso che sarebbe seguito.

Il passaggio successivo è stato quello della diffusione. Quando è diventato evidente che la sostenibilità poteva tradursi in un vantaggio competitivo – in termini di efficienza, di posizionamento di mercato, di accesso a nuovi seg-
menti di domanda – il tema ha smesso di essere marginale ed è entrato nel mainstream. È in quel momento che si è aperta una stagione ambivalente.

Da un lato, una accelerazione importante: investimenti, innovazione, attenzione crescente da parte delle istituzioni e dei mercati finanziari. Dall’altro, una progressiva trasformazione del linguaggio della sostenibilità in un codice quasi obbligato, spesso utilizzato più come elemento comunicativo che come leva di cambiamento reale.

Il 2019 rappresenta, da questo punto di vista, un momento simbolico. Le grandi corporation globali riunite nella Business Roundtable dichiarano la volontà di superare il primato degli azionisti per abbracciare un modello più inclusivo. È una presa di posizione che intercetta un clima culturale preciso: quello delle mobilitazioni giovanili, della crescente attenzione mediatica, di una pressione sociale che sembra spingere verso una trasformazio-
ne rapida e radicale.

Ma le dichiarazioni, da sole, non bastano. E quando il contesto economico cambia – tra crisi energetiche, inflazione, tensioni geopolitiche – emergono tutte le fragilità di un approccio che ha spesso privilegiato la narrazione rispetto alla concretezza. È in questo contesto che il Green Economy Festival ha scelto, negli anni, una linea precisa: evitare le mode, concentrarsi sui casi reali, dare voce a chi affronta la sostenibilità come un problema operativo prima ancora che reputazionale. Una scelta che ha portato a valorizzare centinaia di esperienze imprenditoriali spesso poco visibili, ma profondamente  significative.

Imprese che lavorano sulla qualità delle filiere, sulla riduzione degli sprechi, sull’efficienza energetica, sulla durata dei prodotti. Realtà che si muovono in settori diversi – dall’agroalimentare al tessile, dalla meccanica alla chimica – ma che condividono un approccio comune: considerare la sostenibilità non come un’etichetta, ma come una trasformazione del modo di produrre. Negli ultimi anni, tuttavia, è emerso con maggiore chiarezza un elemento che non può essere ignorato: la sostenibilità, se costruita come ideologia o come obbligo astratto, rischia di essere
economicamente insostenibile. Non solo per le imprese, ma anche per i consumatori.

Il nodo è evidente. Le trasformazioni richieste dalla transizione ecologica comportano costi significativi: per le aziende, in termini di investimenti; per i cittadini, in termini di prezzi. Se questi costi non vengono distribuiti in modo equo, il rischio è quello di produrre una frattura sociale che finisce per indebolire lo stesso obiettivo che si vorrebbe perseguire.

È un tema che riguarda direttamente il rapporto tra domanda e offerta. Negli ultimi anni si è spesso attribuito ai giovani un ruolo di motore della transizione. Ma esiste una contraddizione sempre più evidente tra una sensibilità ambientale molto dichiarata e stili di vita che restano fortemente energivori: dall’esplosione dell’e-commerce ai flussi turistici low cost, fino all’uso intensivo di tecnologie digitali ad alto consumo energetico. Per le imprese, questo significa affrontare scelte sempre più complesse. Non si tratta solo di ridurre le emissioni, ma di ripensare pro- dotti, materiali, modelli di business. La sostenibilità diventa una questione di design industriale, di organizzazione delle filiere, di logistica, di energia. In altre parole, torna ad essere – come lo era all’inizio – un tema profondamente legato alla competitività.

Allo stesso tempo, anche il quadro delle politiche pubbliche è chiamato a evolvere. Negli ultimi anni, in particolare in Europa, si è assistito a un tentativo di guidare la transizione attraverso strumenti normativi e incentivi. Un approccio che ha avuto il merito di accelerare alcuni processi, ma che ha mostrato anche limiti evidenti quando si è tradotto in modelli troppo rigidi o poco attenti alle specificità dei diversi settori.

È per questo che il dibattito sulla sostenibilità ha bisogno oggi di un salto di qualità. Meno slogan, più analisi. Meno contrapposizioni ideologiche, più confronto tra esperienze concrete. Meno narrazione, più capacità di misurare risultati e impatti. Il Green Economy Festival si inserisce in questo passaggio con una ambizione chiara: essere un luogo di elaborazione, non una vetrina. Un contesto in cui imprenditori, studiosi, istituzioni e giovani possano confrontarsi sulle scelte che contano davvero, senza cedere alla tentazione delle semplificazioni. La domanda sul mondo tra
vent’anni è, in questo senso, un punto di partenza e non di arrivo.

Serve a mettere a fuoco le traiettorie di lungo periodo, ma anche a interrogarsi sulle decisioni che devono essere prese oggi. Perché la sostenibilità non è un orizzonte lontano: è un insieme di scelte quotidiane che riguardano cosa produrre, come farlo, per chi.

La sostenibilità, oggi, entra nella sua fase adulta. Una fase in cui non è più sufficiente dichiararla, né contestarla. Bisogna praticarla, con tutti i limiti e le contraddizioni che questo comporta. Ed è proprio in questo spazio – tra ambizione e realtà – che si colloca il lavoro del Green Economy Festival. Non come luogo di certezze, ma come spazio di confronto. Non come vetrina, ma come laboratorio. Perché, alla fine, la domanda resta aperta: che mondo vogliamo
costruire nei prossimi vent’anni? E, soprattutto, quali scelte siamo disposti a fare per renderlo possibile.

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