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«L’INDUSTRIA EUROPEA RISCHIA DI ESSERE PENALIZZATA. LA DECARBONIZZAZIONE PER NOI È UN IMPEGNO COSTANTE»

Per Antonio Marcegaglia la sostenibilità è sia una necessità competitiva che una responsabilità etica. «L’introduzione della Cbam dovrebbe riuscire ad aiutare l’industria siderurgica europea ma restano ancora importanti nodi da risolvere»

L’acciaio è certamente uno dei settori maggiormente energivori e, in questi anni, quello maggiormente sottoposto a tensioni internazionali e a problematiche di tutti i tipi, incluse, ovviamente quelle ambientali. E’ un mondo che ha saputo, soprattutto in Italia e in Europa, innovare con lucidità e pragmatismo ponendo grande attenzione ai temi ambientali ma anche denunciando derive ideologiche che hanno portato a normative che spesso hanno penalizzato i produttori europei favorendo una concorrenza internazionale certamente meno attenta su temi cruciali come quello delle emissioni di CO2

Per capire meglio questo fondamentale ambito dell’economia italiana italiana abbiamo incontrato Antonio Marcegaglia per discutere con lui di questi temi e farci anticipare le riflessioni che porterà al Festival.

La sostenibilità oggi è più una necessità competitiva o una responsabilità etica?

Entrambe. Per decenni abbiamo costruito la crescita dando per scontato che: l’energia fossile fosse abbondante; le materie prime sempre disponibili; l’ambiente in grado di assorbire tutto. Non è così. La sostenibilità è un concetto ben più ampio che deve coniugare gli aspetti ambientali con quelli economici e sociali. Essere sostenibili da un punto di vista ambientale è una scelta etica doverosa, a condizione però di restare competitivi sui mercati nel lungo periodo. In Europa, una quota crescente di operatori ha obiettivi di seria riduzione delle emissioni e sta rivedendo le proprie catene di fornitura in chiave green, così come i mercati finanziari che hanno mostrato sensibilità agli indicatori ESG. La declinazione più dettagliata dei processi di decarbonizzazione, tuttavia, va coniugata con l’effettiva disponibilità delle tecnologie e con i costi e i tempi per implementarle.

Il vostro settore è uno dei più attenzionati: come si posiziona oggi?

La siderurgia, pur generando circa il 7–8% delle emissioni globali di CO2, che si riducono al 5% a livello europeo, è stata tra i primi settori a muoversi con progetti ambiziosi e coraggiosi, ma in un contesto sfidante quanto a: costi dell’energia, scarsità di materie prime, competizione internazionale disallineata e necessità di investimenti ingenti.
Un discorso diverso vale per le imprese italiane. Il nostro Paese è tra i più avanzati al mondo nella decarbonizzazione e nella circolarità: l’Italia è il primo mercato europeo per produzione di acciaio da forno elettrico (90%). Il settore ha ridotto le emissioni di CO2 del 66% dal 1990; ha un’efficienza energetica migliore del 34% rispetto alla media Ue e l’82% dei rifiuti prodotti dai processi siderurgici viene recuperato, con un trend in costante miglioramento.

C’è il rischio che le aziende europee siano penalizzate rispetto a competitor meno regolati?

Assolutamente sì. L’Europa si è data obiettivi ambientali stringenti da realizzarsi in poco tempo, con costi della CO2 che diventeranno proibitivi già nel 2030. Con le regolamentazioni attuali il costo dell’acciaio potrebbe crescere di 150 euro a tonnellata, circa il 20%, già nei prossimi tre-quattro anni. Mentre la competizione di altri Paesi, in particolare di quelli asiatici, non avrà questi vincoli e questi costi. L’introduzione della CBAM, la tassa per far pagare la CO2 anche ai prodotti importati, associata a una limitazione significativa dei volumi esenti da dazi, dovrebbe, tuttavia, aiutare l’industria siderurgica europea e i suoi sforzi di decarbonizzazione. Inoltre, la Commissione ha recentemente annun-
ciato uno studio per la revisione del sistema di scambio delle emissioni (ETS) e un’estensione delle quote gratuite che è attualmente previsto si azzerino entro il 2034. Tuttavia, restano ancora importanti nodi da risolvere quali la disponibilità di energia a costi competitivi, anche attraverso una rivisitazione delle regole per la formazione del prezzo, nonché la regolamentazione del mercato dei rottami ferrosi, “materia prima strategica europea” per la circolarità
e la decarbonizzazione.

Quanto è realistico parlare di “acciaio verde” su larga scala nei prossimi 10 anni?

Decarbonizzare la produzione siderurgica europea da ciclo integrale richiede tempo e risorse ingenti: serve riconvertire il 60% della produzione totale. Occorre gradualità e pragmatismo per evitare che l’eccesso di costi (ETS) porti a un ridimensionamento significativo della produzione europea. Io credo che parlare di acciaio green, ossia di acciaio a basse emissioni, nei prossimi anni, sia possibile in alcuni contesti laddove siano disponibili rottami di qualità ed energia decarbonizzata a costi competitivi. Queste condizioni, tuttavia, non sono verificate in ogni Paese europeo e in ogni contesto.

A proposito di acciaio verde voi avete un importante progetto in Francia…

A Fos-sur-Mer stiamo realizzando il più grande investimento industriale mai fatto dal Gruppo, per oltre 1 miliardo di euro. Saremo integrati a monte per circa il 35% del nostro fabbisogno di materia prima (bramme e coils). Produrremo 2 milioni di acciaio da forno elettrico e saremo in grado di laminare coils a caldo (carbonio ed inox) per oltre 3 milioni di tonnellate. L’investimento si colloca all’interno di una più ampia strategia di crescita del valore aggiunto, di stabilità delle nostre catene di fornitura e di decarbonizzazione utilizzando rottami, DRI a basso contenuto di CO2 ed energia nucleare così da ridurre fino all’80% le emissioni di gas serra rispetto ai metodi tradizionali. Il progetto sarà, altresì, uno dei primi siti produttivi di acciaio elettrificato in Europa.

Oltre a Fos avete altri progetti di decarbonizzazione?

Certamente, l’impegno per la decarbonizzazione è una costante per il nostro Gruppo da anni. Abbiamo investito in elettrificazione dei processi eliminando in buona parte l’utilizzo di gas e stiamo ulteriormente sviluppando impianti per la produzione di energia rinnovabile (fotovoltaico). Abbiamo un progetto di cattura della CO2 a Ravenna per il nostro
impianto di cogenerazione. Inoltre, usiamo sempre più il trasporto ferroviario rispetto a quello su ruota e, recentemente, anche l’elettrificato. Infine, sono innumerevoli i progetti di risparmio energetico e di recupero in ottica di circolarità, anche grazie a un utilizzo spinto della digitalizzazione e dell’Ai.

L’Europa può ancora giocare da leader o sarà vittima (anche) della transizione?

Abbiamo tutte le carte per giocare da leader, ma dobbiamo essere consapevoli che possiamo diventare anche vittime. L’Europa ha competenze industriali e tecnologiche per tornare ad essere uno dei protagonisti dello scenario economico, sociale e politico globale, ma deve agire con velocità e coerenza, evitando di perdere la sua base produttiva e la fiducia dei suoi cittadini. Altrimenti rischiamo una lenta erosione della nostra manifattura, della capacità di influire sugli equilibri globali, diventando semplici spettatori e compromettendo il futuro competitivo e strategico dell’Europa.

Come si inverte la rotta in una parola.

Centralità dell’industria nell’agenda europea e semplificazione drastica della governance.

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