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UN’EUROPA SEMPRE PIÙ UNITA, L’UNICA RAGIONEVOLE SPERANZA

Un’Europa sempre più unita, a dispetto dei risorgenti nazionalismi, è l’unica ragionevole speranza che abbiamo per affrontare gli anni (decenni) che abbiamo innanzi a noi. E la città di Parma, grazie al Green Economy Festival, è un luogo privilegiato per ragionarci sopra riflettendo su alcuni dei temi che animano, nella teoria e nella pratica, il dibattito economico contemporaneo. Pensiamo all’innovazione tecnologica, alla sostenibilità e, per l’appunto, all’integrazione europea.

Qualcosa di profondo sta cambiando, in primis, nella letteratura economica: quella che possiamo chiamare l’economia “reale” – fatta di imprese e lavoratori, imprenditori e famiglie – è tornata a essere al centro dei pensieri di molti stu- diosi di scienze sociali.

I Nobel per l’Economia 2024 e 2025

L’assegnazione del Premio Nobel per l’Economia 2025 a Joel Mokyr, Philippe Aghion e Peter Howitt rappresenta un segno dei tempi e, al tempo stesso, un segno di speranza. Difatti, i tre professori sono stati premiati – citiamo – «per aver spiegato la crescita economica guidata dall’innovazione». In particolare, metà del premio è andata a Mokir «per aver identificato i prerequisiti di una crescita economica sostenuta attraverso il progresso tecnologico», mentre l’altra metà congiuntamente ad Aghion e Howitt «per la teoria della crescita sostenuta attraverso la distruzione creatrice».

A ben vedere, già il Nobel per l’Economia assegnato l’anno precedente aveva alzato il velo su un altro aspetto essenziale, e spesso trascurato, per un corretto funzionamento delle nostre economie di mercato: il ruolo delle Istituzioni. Daron Acemoglu, Simon Johnson e James A. Robinson erano stati insigniti del prestigioso riconoscimento «per i loro studi su come le istituzioni si formano e influenzano la prosperità».

Il combinato disposto dei due Premi Nobel (2024 e 2025) offre molte indicazioni sulla strada da percorrere sia a livello di strategie d’impresa, sia a livello di politiche pubbliche. E discuterne in Emilia-Romagna assume un valore particolare.
Una regione aperta al mondo Del “Modello Emilia”, che ho più volte analizzato, vi è lo spazio per citare solo due caratteristiche distintive. Primo, è sempre sul podio delle più innovative regioni italiane quando si valutano gli investimenti in conoscenza (spese in R&S, numero di brevetti, laureati), anche se per guadagnare posizioni nel ranking dell’UE la strada è ancora lunga.

Secondo, è in questa regione che il ventaglio di strumenti di nuova politica industriale, portati avanti dalla Giunta regionale, è sempre più focalizzato proprio sulla ricerca, l’innovazione, il capitale umano. E con la nuova frontiera dell’intelligenza artificiale (IA) che ha nel Tecnopolo Dama uno snodo strategico a livello europeo.

Se, da un lato, imprese che crescono e intelligenti reti di supporto all’innovazione tecnologica sono fattori che si influenzano vicendevolmente lungo la Via Emilia, dall’altro lato sarebbe un grave errore considerare tutto ciò come un sistema chiuso, una sorta di cittadella inviolabile.

È vero il contrario, innanzitutto perché l’economia emiliano-romagnola vanta un elevato grado di apertura verso il resto del mondo come dimostrano sia i flussi di import-export, sia i flussi di investimenti diretti esteri (IDE) in entrata e in uscita. E in secondo luogo perché l’Italia è un Paese fondatore dell’Europa unita, oltre che, ancor’oggi, la seconda potenza manifatturiera dell’UE dopo la Germania e prima della Francia.

C’è un «Futur Industriel» in Europa?

Ne consegue che per qualunque sistema economico regionale e, a fortiori, per l’Italia nel suo insieme, è – e deve continuare a essere – l’UE il naturale orizzonte di riferimento per tutto ciò che riguarda le gigantesche transizioni del XXI secolo. Il pensiero corre alle “transizioni gemelle” (ecologica e digitale). Ma la riflessione non può dimenticare i continui shock esogeni ai quali l’UE è sottoposta (tre terribili conflitti e una pandemia solo per restare agli ultimi 5-6 anni).

L’enfasi del Festival parmense (il “Tour le Fabbriche della Sostenibilità” e la tre-giorni di dibattiti) cade sulla transizione ecologica. Ora, la domanda diviene: che cosa c’è di nuovo, sotto questo profilo, a Bruxelles? Il che, posto in altri termini, equivale a chiedersi: c’è in Europa la concreta possibilità di costruire un “futuro industriale”, per citare il titolo del bel libro di Anaïs Voy-Gillis? E in questo futuro – come scrive l’autrice – “quale equilibro intendiamo raggiungere tra produzione, ambiente ed esseri viventi, in un contesto di risorse sempre più limitate?”.

Negli ultimi anni, contrariamente alla vulgata corrente, qualcosa si è mosso a livello europeo e il movimento è pienamente in corso. Il riferimento, oltre che al notissimo Green Deal del 2019 (e successive revisioni), va ai seguenti tre strumenti:

(1) IPCEI: gli “Importanti Progetti di Comune Interesse Europeo” sono un buon esempio di cooperazione sovranazionale nel campo della ricerca e dell’innovazione (R&I). Lanciati nel 2018, sono arrivati all’11esimo progetto e toccano da vicino alcune delle più sensibili tecnologie del nostro tempo (per esempio, semiconduttori, batterie, idrogeno). Fra gli strumenti comunitari nel campo della R&I e della formazione del capitale umano vanno altresì segnalati il “Chips Act” e due classici come “Horizon Europe” e “Erasmus+”.

(2) Rapporto Letta sul “mercato unico” e Rapporto Draghi sulla “competitività”: i due report disegnano nell’insieme un cammino – lungimirante e possibile – per le riforme. La recente decisione su “EU Inc.” e, in più generale, l’approvazione dell’Industrial Accelerator Act sono due primissime tappe di questo cammino, ma molto altro servirà. Letta ha proposto di aggiungere la quinta libertà di circolazione, quella delle idee e della conoscenza; Draghi sottolinea con forza la necessità di progetti sovranazionali nel campo della R&I, portando a esempio il CERN di Ginevra e EuroHPC (il network europeo nel supercalcolo).

(3) Tecnologie strategiche di frontiera: la Politica industriale è tornata in cima all’agenda di policy. Se nel campo delle tecnologie digitali il gap che separa l’UE dagli USA (e dalla stessa Cina) è ragguardevole e occorre agire con decisione per colmarlo almeno in parte, in altri campi l’Europa vanta una leadership a livello globale.

È il Monitor of Industrial Ecosystems predisposto dalla Direzione Generale Mercato interno e Industria (DG Grow) della Commissione europea a porre in risalto questi campi: “tecnologie rinnovabili”, “materiali avanzati”, “manifattura avanzata”; in altre pubblicazioni la Commissione parla di “clean technology”.

La “solitudine” degli Stati nazionali Insomma, la partita non è persa in partenza. A una condizione, però, che possiamo provare a descrivere parafrasando La solitudine dei numeri primi, il bellissimo romanzo di Paolo Giordano (Mondadori, 2008), ospite d’onore nella giornata conclusiva del Festival. Oggigiorno, noi potremmo parlare di una solitudine degli Stati nazionali, che rischia – nel terzo decennio del XXI secolo – di assomigliare a una maledizione. Ossia, la loro incapacità di fronteggiare, se pensano di agire singolarmente, le sfide geopolitiche e tecnologiche che vengono dagli Usa e dall’Asia.

È ragionevole attendersi da Parma un messaggio forte: non perdiamo la chance di continuare a costruire l’Europa unita, partendo proprio dalla “green economy”.

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