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LE VIE DELL’AI SONO INFINITE MA PER AGIRE IN MODO INTELLIGENTE NON È SUFFICIENTE ESSERE TALI

Pur non essendo infondato il rischio di una presa del potere delle macchine governate dall’intelligenza artificiale, va ricordata una caratteristica dell’essere umano: l’intenzionalità. Caratteristica che le macchine per il momento non hanno

Si investe molto in robot e Ai e non abbastanza per utilizzare meglio le persone formandole a interagire, potenziarsi e convivere con il digitale. E ancor meno si investe per capire come gestire i cambiamenti occupazionali, limitandosi a misure di sostegno del reddito che, quando va bene, mitigano gli impatti negativi senza affrontare la causa.

Ci si chiede se i robot riusciranno a pensare come gli umani e non ci si accorge di milioni di individui che già lo fanno e, proprio per questo, non dovrebbero essere considerati un problema ma una parte della soluzione. Semmai, si tratta di capire come conservare questa loro capacità di pensiero e impedire che finiscano per comportarsi come robot rinunciando alle loro peculiarità.

Si sfrutti l’innegabile capacità dei robot e dell’IA di assorbire lavori routinari, generare ed elaborare dati, applicare algoritmi e l’altrettanto innegabile capacità delle persone vere di dare valore alla prossimità e alle interazioni sociali. Potrebbero così sviluppare servizi alle aziende ad alto contenuto creativo e professionale; e servizi alle persone ad alto impatto emotivo e relazionale (high touch). Cose non alla portata, almeno per ora, di un robot che ti porge un farmaco o una voce sintetizzata che ti suggerisce un investimento.

Una delle prime vittime del digitale è il posto di lavoro. È il concetto stesso di posto che si è dissolto a causa delle attività svolte da remoto e degli spazi lavorativi aperti o condivisi che hanno assorbito buona parte delle loro componenti fisiche. E hanno spianato la strada a nuove forme di ubiquità, d’interazione, di nomadismo nel mondo del virtuale.

Molti sono i cambiamenti che si prospettano nel rapporto con il lavoro e nell’interpretazione dei suoi contenuti. Per molti di questi è iniziata da tempo una lunga marcia di trasferimento alle macchine. Anche se non sarà facile evitare il rischio di un “neo-fordismo digitale”, tale trasferimento richiederà molto più tempo e più gradualità di quanto non
paventino gli apocalittici di una robotizzazione che non sarà mai totale.

Pur non essendo infondato il rischio di una presa del potere delle macchine governate dall’intelligenza artificiale con i suoi algoritmi (algocrazia), va ricordata una caratteristica dell’essere umano: l’intenzionalità. Caratteristica che le macchine ancorché “intelligenti” per il momento non hanno e, per quanto ne sappiamo ora, non avranno mai. A ricordarcelo è in tempi non sospetti Fedor Dostoevskij, che in Delitto e castigo scriveva: «Per agire intelligentemente l’intelligenza non basta». Se non basta a un essere umano, figuriamoci a una macchina.

Un tempo gli insegnanti usavano dire ai genitori che si informavano sull’andamento non proprio brillante del loro figliolo: «È molto intelligente ma non si applica». Oggi a proposito dell’intelligenza artificiale dovrebbero dire: «Non è intelligente ma quando si applica alle cose che sa fare è efficientissima».

Autorevoli commentatori si esercitano creando scenari catastrofici con milioni di posti di lavoro e di professionisti sostituiti dai robot e dagli algoritmi dell’Ai; con professori disperati che non sapranno più se stanno correggendo l’elaborato di un allievo o di un chatbot. Pochi si domandano cosa sia possibile fare per progettare i nuovi posti di lavoro richiesti da un impiego massiccio dell’IA e per formare le persone a coprirli adeguatamente. In quanto ai professori, dovrebbero chiedersi, dopo aver assegnato compiti che possono essere svolti da un chatbot, se non sia giunto il momento di cambiare radicalmente modo di insegnare e di accertare l’apprendimento. Se i giornalisti scoprono che un chatbot scrive articoli che potrebbero scrivere loro, dovrebbero chiedersi se non sia giunto il momento di rivoluzionare il modo di fare giornalismo.

Nel film Le vie del Signore sono finite, Massimo Troisi così si giustificava di non essere abbastanza informato: «Io sono uno a leggere, loro sono un milione a scrivere». Questo è il punto: l’utilizzo delle enormi quantità di dati e di informazioni che vengono oggi prodotte eccede la capacità dell’essere umano di assimilarle e di trattarle.

Fino a metà del secolo scorso si stimava che le conoscenze scientifiche raddoppiassero ogni 50 anni; oggi raddoppiano ogni 72 giorni. Alla fine del secolo scorso si stimava che il tempo medio di acquisizione di conoscenze in un settore scientifico fosse di circa quattro anni. Il tempo di perdita del 50% del valore di tali conoscenze (tempo di obsolescenza) era stimato in 10 anni. In alcuni settori, il tempo di apprendimento supera il tempo di obsolescenza e diventa perciò impossibile restare aggiornati.

Ecco perché l’intelligenza artificiale sarà lo strumento a disposizione dell’uomo per utilizzare questi enormi giacimenti di informazioni e di conoscenze e generare dei significati. Nel romanzo La nausea di Jean Paul Sartre c’è la figura di un autodidatta che si istruisce secondo l’ordine alfabetico dei volumi raccolti in una biblioteca. Il protagonista si domanda cosa accadrà quando arrivato alla fine dell’ultimo volume dell’ultimo scaffale l’autodidatta si dovrà chiedere: «E adesso?». Bene, l’intelligenza artificiale non sarebbe in grado di porre questa domanda e neanche di rispondere, ma sicuramente ridurrebbe o azzererebbe il tempo necessario per “leggere” tutti quei libri, assimilarne e rendere richiamabili i contenuti.

Le macchine si sono dimostrate molto più efficienti dell’uomo nello svolgere con grande precisione attività ripetitive, quali per esempio l’apprendimento mnemonico, consentendo all’uomo di impegnarsi in cose che le macchine (probabilmente) non sapranno mai fare: esercizio di creatività, immaginazione, esplorare l’ignoto, prendere decisioni in condizioni poco strutturate e in assenza di dati.

Questo progressivo abbandono di attività – di quelle faticose svolte meglio dagli animali e di quelle precise ma ripetitive e noiose svolte meglio dalle macchine – è alla base del progresso dell’uomo che ha liberato energie che coinvolgono le sue capacità distintive. Perché non dovrebbe accadere lo stesso per le attività che saranno svolte dagli algoritmi?

Esiste un reale pericolo che le macchine governate dall’intelligenza artificiale sostituiscano l’uomo?

La risposta più sensata e anche la più citata è la seguente: «Non aver paura, non potrai essere sostituito dall’Ai, ma da qualcuno che la sa usare bene e meglio di te senz’altro sì». L’indicazione che ne discende è chiara: bisogna capire come cambiano i ruoli, come se ne creano di nuovi e come ci si prepara per interpretarli da protagonisti.

Serve tempo per valutare il vero impatto dell’Ai sul nostro modo di lavorare. Per esprimere tutte le potenzialità dell’Ai, ben più degli investimenti infrastrutturali e del ridisegno dei processi, saranno decisivi i radicali cambiamenti dei modelli business o di una loro attivazione ex novo, soprattutto nel campo dei servizi alle persone e della qualità della vita. Attivazione che servirà a redistribuire le enormi ricchezze che si accumuleranno a beneficio di pochi. Osserva Spencer Fung, un guru dell’Ai: «Le aziende che acquisiscono l’Ai senza un nuovo modello di business è come se digitalizzassero un cavallo e una carrozza, mentre la concorrenza sta creando un’automobile elettrica». Che fare? Bella domanda. La risposta non chiedetela all’Ai.

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