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IL REALISMO DELLA SOSTENIBILITÀ: OLTRE LE MODE, DENTRO L’IMPRESA

IL REALISMO DELLA SOSTENIBILITÀ: OLTRE LE MODE, DENTRO L’IMPRESA

di Federica Pertile – Direzione Eventi

Da quindici anni il Green Economy Festival osserva e racconta l’evoluzione della sostenibilità nelle imprese italiane. Lo ha fatto spesso in anticipo rispetto ai grandi cicli del dibattito pubblico, quando a parlarne erano poche avanguardie e il tema appariva marginale, se non addirittura eccentrico. Imprenditori come Gabriele Centazzo o Daniele Lago, insieme a esperienze cooperative profondamente radicate nei territori, avevano già intuito che il rapporto tra produzione, materiali e ambiente non fosse un vincolo esterno, ma una leva strategica.

Erano anni in cui chi affrontava seriamente questi temi veniva guardato con sospetto, quando non apertamente deriso. Eppure, come spesso accade, quelli considerati “visionari” avevano visto più lontano. Con il tempo è diventato chiaro che la sostenibilità poteva trasformarsi in un fattore di competitività. Ed è proprio in quel momento che il tema ha iniziato a cambiare natura.

Alla fase pionieristica è seguita infatti quella della “moda”. Il linguaggio della sostenibilità è diventato mainstream: dalle piazze dei giovani ai consigli di amministrazione delle grandi corporation globali. Il 2019, con la dichiarazione della Business Roundtable, ha segnato simbolicamente questo passaggio: l’idea di un capitalismo pronto a superare il primato degli azionisti per abbracciare obiettivi sociali e ambientali. Una svolta proclamata con enfasi, ma che si è presto rivelata fragile, quando non illusoria. In quegli anni il rischio più grande non era il negazionismo, ma il contrario: l’eccesso di retorica. Il greenwashing ha accompagnato una stagione in cui molte imprese hanno adottato il linguaggio della sostenibilità senza modificare realmente i propri modelli produttivi. Il Festival ha scelto consapevolmente di non farsi trascinare da questa deriva, dando spazio soprattutto a chi affrontava il cambiamento in modo concreto, spesso lontano dai riflettori.

Centinaia di piccole e medie imprese hanno raccontato quanto sia complesso diventare davvero sostenibili: intervenire sulle filiere, ripensare i materiali, investire in tecnologie, accettare costi iniziali più elevati senza la garanzia di ritorni
immediati. Accanto a loro, gruppi industriali strutturati hanno intrapreso percorsi analoghi, dimostrando che la transizione non è una questione di dimensione aziendale, ma di visione e coerenza. Poi è arrivata una terza fase, quella del ritorno alla realtà. Quando è apparso evidente che una sostenibilità costruita come ideologia rischiava di essere economicamente insostenibile, soprattutto per i ceti più deboli, il dibattito ha iniziato a cambiare tono.

La transizione non può essere scaricata sui consumatori senza tenere conto del loro potere d’acquisto. Non si può chiedere a chi fatica ad arrivare a fine mese di sostenere costi dieci volte superiori in nome di un obiettivo astratto.

Questo non significa arretrare, né tantomeno negare il problema. Il cambiamento climatico resta una questione strutturale, destinata a segnare i prossimi decenni. Ma affrontarlo richiede pragmatismo, non slogan. Lo avevano già sottolineato diversi imprenditori: servono politiche che accompagnino l’innovazione senza imporre dall’alto soluzioni uniche, evitando approcci dirigisti che rischiano di produrre più danni che benefici.

Lo stesso vale per il tema energetico. In un mondo in cui i consumi continuano a crescere, le fonti rinnovabili, il nucleare e l’idrogeno non sono ancora in grado di sostituire completamente le fonti fossili. È una realtà scomoda, ma ignorarla non aiuta a risolvere il problema. Serve una transizione che tenga insieme sostenibilità ambientale e sostenibilità economica, evitando di trasformare un obiettivo condivisibile in un fattore di crisi sociale.

Il rischio, oggi, è quello di oscillare tra due estremi: da un lato l’ideologia, dall’altro la tentazione di un “indietro tutta” che finirebbe per negare la necessità stessa del cambiamento. Entrambe le posizioni sono sterili. La sfida vera è costruire un percorso che tenga insieme innovazione, competitività e responsabilità.

È su questo terreno che si colloca l’edizione 2026 del Green Economy Festival. La domanda da cui si parte è semplice solo in apparenza: come sarà il mondo tra vent’anni? Una domanda che chiama in causa le imprese, ma anche i consumatori, i lavoratori, le nuove generazioni. Perché progettare prodotti e servizi in un pianeta a risorse limitate non è più una scelta opzionale, ma una condizione strutturale.

Le imprese dovranno decidere cosa produrre, come farlo e con quali materiali, sapendo che la sostenibilità non sarà più un elemento reputazionale, ma un fattore competitivo decisivo. Allo stesso tempo, anche la domanda dovrà confrontarsi con le proprie contraddizioni: tra sensibilità ambientale dichiarata e stili di vita sempre più energivori.

Il Festival vuole essere, ancora una volta, un luogo di confronto reale, non una passerella. Un contesto in cui im-
prenditori, studiosi e giovani possano discutere senza semplificazioni, mettendo al centro le scelte che contano davvero: il design dei prodotti, le filiere, l’energia, il lavoro, i territori.

Perché, al di là delle narrazioni, la sostenibilità si giocherà lì. Non nei manifesti, ma nelle fabbriche. Non negli slogan, ma nelle decisioni quotidiane di chi produce e di chi consuma. Ed è proprio da questa concretezza che bisogna ripartire per costruire un futuro che sia, insieme, sostenibile e possibile.

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