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LA SOSTENIBILITÀ NON SI IMPARA SOLO SUI LIBRI O NELLE LEZIONI PER I GIOVANI È FONDAMENTALE GUARDARE DA VICINO LE PRODUZIONI

Un’impresa sostenibile è quella che è in grado di non essere solo competitiva ma ancora necessaria tra vent’anni

Sostenibilità, nel linguaggio delle imprese un mantra ripetuto nei comunicati stampa, nelle relazioni annuali, nei discorsi istituzionali. Ma qual è la reale capacità delle imprese di tradurre le parole in azioni concrete e quali sono le sfide che devono affrontare per essere davvero “sostenibili” nel lungo periodo? A parlarne sarà Veronica Tibiletti, docente di Economia aziendale all’Università di Parma, che interverrà al Green Economy Festival di Parma, domenica 19 aprile. L’abbiamo intervistata per questo numero Speciale.

Parliamo di ‘imprese al futuro’ e di sostenibilità da anni: ha ancora senso usare questa parola? ‘Sostenibilità’ non è diventata una parola svuotata — usata da tutti, per dire tutto e niente?

La sostenibilità rischia di fare la fine di altre parole che nascono per cambiare le cose e finiscono per decorarle. Un esempio è la parola “qualità” negli anni ‘90, e “innovazione” nei primi anni 2000. Tuttavia, la parola sostenibilità ha una storia precisa, che risale al Rapporto Brundtland del 1987, che la definisce come la capacità di soddisfare i bisogni del presente senza compromettere quelli delle future generazioni. Questa definizione è semplice, ma radicale: per la prima volta, viene sancito in un documento ufficiale che il tempo conta. Le decisioni di oggi influenzano il futuro, e questo principio è diventato ancora più urgente.

Inoltre, la ricerca scientifica recente si sta concentrando su un problema preciso: la distanza tra ciò che le imprese dichiarano e ciò che effettivamente fanno. La parola “disaccoppiamento” descrive questa discrepanza. Le imprese talvolta comunicano impegni di sostenibilità che non si traducono in azioni concrete. Il fenomeno del “greenwashing algoritmico”, che è stato trattato in recente letteratura, è un esempio di come alcune aziende usino l’intelligenza artificiale non per migliorare la sostenibilità, ma per apparire più sostenibili.

La sostenibilità non è morta, ma è diventata più scomoda: oggi non basta più dichiararla, bisogna dimostrarla. Sta attraversando una fase cruciale, in cui non può più essere solo uno slogan ed è diventata nel tempo un criterio di giudizio. Tuttavia, la vera difficoltà sta nel fare sostenibilità, non nel dichiararla. Il sistema economico premia ancora troppo spesso il breve termine, mentre la sostenibilità richiede una visione a lungo termine. Questo è un problema di cultura e non solo di regolamentazione.

Cosa significa concretamente parlare di imprese al futuro e sostenibilità?

Un’impresa sostenibile è quella che è in grado di essere ancora necessaria tra vent’anni, non solo competitiva. La competitività può essere raggiunta abbassando i costi, ma la necessità di un’impresa si fonda sulla sua capacità di creare valore che altri non possono fare a meno di riconoscere. Un’impresa che produce valore solo per i propri azionisti e scarica i costi su ambiente, comunità e generazioni future non è un’impresa sostenibile, ma un’impresa che consuma il futuro. Le imprese radicate nel territorio, con una storia e un legame con il luogo, hanno già una forma di sostenibilità intrinseca. La sfida, però, è non darlo per scontato, ma investire per rimanere vitali anche nel futuro. Ecco perché ha ancora senso parlare di sostenibilità: forse non come aggettivo, ma come verbo. Sostenere il territorio, le persone, la possibilità di avere un mondo migliore anche dopo di noi.

Gli studenti di oggi, che diventeranno i manager e gli imprenditori di domani, come guardano alla sostenibilità? Sono davvero pronti a spingere le imprese a cambiare?

Anche se molti giovani sono cresciuti con la crisi climatica come una realtà tangibile e non una previsione, la vera sfida non è tanto capire che il problema esiste, ma come affrontarlo concretamente dentro le organizzazioni. I giovani hanno i valori, ma manca probabilmente ancora la capacità di tradurli in azioni reali nelle decisioni quotidiane.

Nel nostro ateneo stiamo cercando di rispondere proprio a questa sfida. L’Università di Parma è co-fondatrice di EU GREEN, un’alleanza europea che promuove la sostenibilità come indicatore strategico per l’istruzione e la ricerca, e sta lavorando per integrarla anche fuori dalle aule. Un esempio concreto è la EU GREEN Student Conference, che nella sua prima edizione si è tenuta a Parma all’inizio di marzo: studenti da tutta Europa hanno discusso di mobilità sostenibile, didattica innovativa e benessere nei campus, con un panel dedicato a come rendere la sostenibilità concreta e misurabile.

Inoltre, tanti nostri studenti stanno partecipando allo Study Tour “Le Fabbriche della Sostenibilità”, visitando aziende che adottano tecnologie digitali e processi circolari per ridurre l’impatto ambientale. Questo tipo di esperienze dirette è fondamentale: la sostenibilità non si impara solo sui libri, si impara vedendola all’opera.

Cosa manca ancora e quale sarà la svolta?

C’è ancora molto da fare. La dimensione sociale della sostenibilità — persone, lavoro, benessere — è per esempio quella meno indagata, anche dalla ricerca: secondo un’analisi di 8.465 articoli indicizzati su Sco-
pus nel biennio 2025-2026, il pilastro Social rappresenta appena il 21% degli studi, a fronte di una netta predominanza della Governance (48%) e dell’Environmental (30%). Non è un caso: le problematiche sociali sono le più difficili da misurare e da tradurre in metriche comparabili, e la letteratura stessa riconosce una carenza di strumenti analitici ù adeguati per affrontarle nel contesto aziendale. Si è spesso preparati a misurare le emissioni di carbonio, ma non a gestire il benessere delle persone.

Le imprese hanno inoltre bisogno non solo di una sostenibilità di rendicontazione, ma di una sostenibilità di governance: come si decide, come si guida, come si costruisce una cultura organizzativa coerente con i valori dichiarati. Il rischio oggi non è non fare sostenibilità, ma farla a metà: molto dichiarata, molto misurata, ma ancora poco trasformativa. Ed è proprio in questo spazio che si gioca la differenza tra imprese che comunicano sostenibilità e imprese che la praticano davvero.

La svolta, però, la stanno già iniziando a fare i giovani. Non separano più il lavoro dalla vita: non vogliono solo un impiego, vogliono un lavoro che rifletta chi sono. E sono loro, entrando nelle organizzazioni, tradurre le strategie in azioni quotidiane.

Il futuro non è qualcosa che arriva — è qualcosa che si costruisce insieme. Le imprese hanno l’esperienza, i giovani hanno i valori e l’urgenza. L’università ha gli strumenti per farli dialogare. Parlare di “imprese al futuro” significa, in fondo, credere in questo patto.

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