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MARIA CHIARA CARROZZA: «IL FUTURO NON SI GIOCA SOLO SULLA TECNOLOGIA, MA SULLA TENUTA SOCIALE DEI NOSTRI SISTEMI»

Vent’anni sono l’orizzonte con cui le imprese serie ragionano quando vogliono capire dove stanno andando il lavoro, l’industria, l’energia, la sostenibilità. Ed è anche la distanza giusta per provare a sottrarsi al rumore del presente: alle polemiche quotidiane, alle contrapposizioni ideologiche, alle soluzioni di corto respiro.

In questa conversazione, Maria Chiara Carrozza – scienziata, esperta di robotica, già presidente del Cnr e figura che da anni osserva l’incrocio fra innovazione, ricerca e trasformazioni sociali – mette in fila una tesi precisa: il problema non è scegliere tra elettrico e termico, tra robot e uomini, tra nucleare e rinnovabili. Il nodo vero è un altro, ed è il modello di sviluppo. Se non si affronta la questione della sostenibilità in senso pieno, cioè ambientale ma anche economico e sociale, nessuna innovazione basterà da sola a reggere l’urto dei prossimi decenni.

Professoressa Carrozza, se guarda ai prossimi vent’anni, qual è il punto da cui non si può prescindere?

Il punto essenziale è che non possiamo più proseguire come se nulla fosse, seguendo il modello che ha accompagnato la crescita industriale degli ultimi decenni. Quel modello era lineare: si estraggono materie prime, si produce in massa, si consuma, si sostituisce, si riparte. Oggi tutto questo mostra crepe profonde. Da un lato, non ci sono risorse infinite; dall’altro, non c’è più nemmeno la stessa capacità del mercato di assorbire quella produzione.

Siamo davanti a una crisi che non riguarda un singolo settore, ma l’impianto complessivo del nostro sviluppo. Per questo trovo riduttivo concentrare il dibattito solo sulla tecnologia da adottare o sulla singola misura da introdurre. Il problema non è soltanto se un’auto debba essere elettrica o a combustione, o se un processo produttivo possa essere reso più efficiente. Il problema è il quadro generale: quanta produzione vogliamo, per quali bisogni reali, con quale impatto sulle risorse e con quale equilibrio sociale. Negli ultimi anni, anche per effetto del mutato clima politico internazionale, si è affievolita l’attenzione verso il cambiamento climatico, verso l’economia circolare, verso la necessità di ripensare i modelli. Si è diffusa l’idea che si potesse continuare più o meno come prima. È stata un’illusione.

Lei insiste molto sul fatto che la sostenibilità non possa essere solo ambientale.

Esattamente. La sostenibilità autentica ha almeno tre dimensioni: ambientale, economica e sociale. Se ne manca una, il sistema non regge. Noi possiamo anche immaginare tecnologie straordinarie, città intelligenti, mobilità avanzata, intelligenza artificiale diffusa. Ma se tutto questo si inserisce in una società sempre più diseguale, dove una parte della popolazione accumula ricchezza e opportunità e una parte crescente vive in condizioni di fragilità, allora il modello è destinato a entrare in crisi.

La questione sociale non è un’aggiunta morale al discorso sulla transizione: è una condizione di possibilità della transizione stessa. Non si può pensare che il futuro sia sostenibile se lascia indietro fasce sempre più ampie di popolazione, se rende il welfare più debole, se aumenta la povertà, se trasforma l’accesso ai beni essenziali in un privilegio. Una società squilibrata può forse crescere per un periodo, ma non ha stabilità. E questa instabilità, alla lunga, travolge anche l’economia e l’innovazione.

In questo quadro, la crescita della popolazione mondiale rende tutto ancora più urgente?

Certo, ma non credo che la risposta possa essere cercata in scorciatoie o fughe in avanti. Pensare allo spazio, alla Luna, a Marte, all’esplorazione, non è in sé sbagliato: la ricerca deve continuare a guardare lontano. Tuttavia, non possiamo coltivare l’idea che basti spostare altrove i problemi che non riusciamo ad affrontare qui. Se esportiamo nello spazio lo stesso modello di diseguaglianze che caratterizza oggi molte società avanzate, porteremo lassù le stesse contraddizioni.

Il tema vero è costruire un modello di sfruttamento delle risorse più equilibrato, capace di garantire dignità, accesso al cibo, ai servizi, alla salute, alla protezione sociale. Il futuro non può essere immaginato come un luogo riservato a pochi vincenti mentre il resto della popolazione sopporta il costo della trasformazione. Questo non sarebbe né giu-
sto né efficace.

Uno dei campi in cui questa contraddizione appare più evidente è l’automotive. Lei da tempo sostiene che il problema non sia solo la motorizzazione.

Sì, perché la discussione pubblica si è spesso arenata su un falso dualismo: elettrico contro termico, elettrico sì o elettrico no. Ma il punto, a mio avviso, è molto più radicale. Il modello fondato sull’idea che ogni famiglia debba possedere più veicoli, sostituirli con frequenza, continuare a espandere il parco circolante, semplicemente non è sostenibile. Non lo è per ragioni ambientali, ma non lo è nemmeno dal punto di vista sociale e urbanistico.

Le nuove generazioni, per esempio, hanno già un rapporto diverso con il possesso. Per molti giovani non è decisivo avere un’auto di proprietà: conta poter usufruire di un servizio di mobilità quando serve. Questo passaggio dalla proprietà all’uso, dalla disponibilità esclusiva alla condivisione, è uno dei cambiamenti culturali più interessanti. Eppure è stato sottovalutato. Il settore ha preferito concentrare il confronto sulla tecnologia di propulsione, senza interrogarsi fino in fondo sul modello complessivo di mobilità.

Le nostre città mostrano con evidenza il limite di questo approccio. Penso a Firenze, che conosco bene: il traffico, la pressione turistica, l’espulsione progressiva dei giovani residenti, la trasformazione dello spazio urbano in qualcosa di sempre meno vivibile. Non si può pensare di costruire il futuro su città congestionate, invase, ostili alla vita quotidiana. La sostenibilità deve tradursi in un’idea concreta di convivenza urbana.

Quando si parla di futuro industriale, il tema dei robot torna sempre. C’è chi immagina fabbriche piene di umanoidi già tra pochi anni.

È uno scenario meno remoto di quanto si pensi. Alcune sperimentazioni sono già in corso e, probabilmente, certi modelli di robot di fabbrica ispirati alla robotica umanoide arriveranno prima del previsto. Però anche qui bisogna stare attenti a non guardare la questione dalla parte sbagliata. La domanda non è solo: chi produrrà? La domanda è anche: per chi si produrrà?

Una parte dell’imprenditoria, non soltanto italiana, è molto concentrata sulla produttività, sull’efficienza, sull’abbattimento dei costi. È comprensibile. Ma a volte si perde di vista il lato della domanda. Se si allarga la forbice sociale, se si impoverisce il ceto medio, se cresce la precarietà, allora si restringe anche la platea di chi può consu- mare. E un sistema che produce molto ma riduce progressivamente la capacità di consumo della società crea un cortocircuito.

È questo il punto su cui insisto: non credo che il futuro debba essere organizzato attorno all’idea di poche élite super-ricche e di una massa sempre più vulnerabile. Non è un esito desiderabile e non è nemmeno un esito economicamente sano. La tenuta sociale è una componente della tenuta produttiva.

Vale anche per l’intelligenza artificiale? O l’IA può diventare uno strumento di riequilibrio?

Per come è stata pensata e sviluppata finora, non vedo nell’intelligenza artificiale una priorità orientata al riequilibrio sociale. Può aumentare enormemente la produttività cognitiva, può accelerare il lavoro di un ricercatore, può aiutare nella gestione di processi complessi, e questo avrà certamente effetti positivi in molti ambiti. Ma non mi pare che la logica dominante sia stata quella di rafforzare le fasce più deboli o di redistribuire i benefici. Il punto non è negare il valore della tecnologia. Il punto è chiedersi a quali fini venga indirizzata. Io avrei immaginato un investimento ancora più forte dell’IA nell’affrontare le grandi crisi del nostro tempo: il cambiamento climatico, l’uso efficiente delle risorse, la salute pubblica, la gestione delle fragilità sociali. Invece, almeno in questa prima fase, il focus è stato soprattutto sull’aumento di performance, sulla sostituzione o sul potenziamento di attività cognitive, sulla velocizzazione di processi che servono a generare valore economico.

Detto questo, colgo anche segnali interessanti. Cresce una sensibilità nuova, soprattutto tra i giovani, verso le implicazioni energetiche, ambientali e sociali dell’IA. E penso che nel tempo questa domanda di responsabilità diventerà sempre più forte. Chi svilupperà tecnologie ignorando questi aspetti rischierà di trovarsi fuori sintonia con una parte importante della società.

Sul fronte della sostenibilità, l’Europa è stata a lungo indicata come l’avanguardia. Oggi però molti parlano di eccessi ideologici e burocratici. È una critica fondata?

In parte sì. L’Europa, per me, resta una casa comune: con tutti i suoi difetti, non è qualcosa da cui prendere le distanze, ma qualcosa da migliorare. Detto questo, è vero che in alcuni passaggi si è manifestata una tendenza burocratica, e talvolta ideologica, che ha complicato la costruzione di politiche efficaci. Burocrazia e ideologia, quando si alimentano a vicenda, possono produrre rigidità, reazioni di rigetto, rallentamenti. Oggi mi pare che siano in corso dei correttivi. Mi auguro che portino maggiore concretezza, più attenzione alla realtà industriale europea, più equilibrio nell’applicazione degli obiettivi. Ma il rischio opposto sarebbe altrettanto grave: usare gli errori commessi come alibi per abbandonare la sostenibilità. Sarebbe un errore strategico, oltre che politico. Per l’Europa la sostenibilità può essere un primato, un tratto distintivo, una leva di competitività se viene perseguita con pragmatismo.

Lei ha guidato il Cnr e conosce bene il sistema della ricerca. L’Italia è attrezzata per trovare soluzioni sui grandi temi dell’energia e del clima?

L’Italia dispone di buona ricerca, spesso di ottima qualità. Le competenze non mancano. Quello che spesso manca è la capacità di accelerazione: il passaggio dalla buona idea alla sua valorizzazione, dalla ricerca al trasferimento, dall’intuizione al sistema. Questo è il punto cruciale. Se non si costruiscono strumenti capaci di accompagnare le innovazioni nei momenti decisivi, il rischio è di avere eccellenze isolate ma di non generare impatto sufficiente.

In Europa, in questo senso, l’esperimento dell’European Innovation Council va osservato con attenzione. È un tentativo interessante di creare meccanismi più efficaci per sostenere l’innovazione ad alto potenziale. Mi auguro che possa produrre effetti concreti e che serva anche da riferimento per rafforzare il sistema italiano. La sfida non è soltanto finanziare la ricerca, ma fare in modo che la ricerca trovi percorsi rapidi e credibili per incidere sulla realtà.

In questo quadro, come considera il ritorno del dibattito sul nucleare?

Sul nucleare continuerei a investire in ricerca. Non sono in grado di dare tempi certi, ed è proprio questo uno degli aspetti che vanno compresi: ci sono campi in cui serve un capitale paziente, disposto ad attendere sviluppi non immediati. Ma smettere di fare ricerca sarebbe, a mio avviso, un errore. Allo stesso modo, sarebbe miope rinunciare in partenza a esplorare ciò che il nucleare può offrire in prospettiva all’Italia e all’Europa.

Lo stesso vale, con caratteristiche diverse, per l’idrogeno. Dobbiamo smettere di pensare che esista una soluzione unica e definitiva. Il futuro energetico sarà quasi certamente plurale. Avremo bisogno di un portafoglio di tecnologie: rinnovabili, nucleare, idrogeno, elettrificazione, forse altre soluzioni che oggi non vediamo ancora con chiarezza. La cosa peggiore sarebbe chiudersi in una scelta esclusiva troppo presto.

Quindi la parola chiave è diversificazione?

Sì, diversificazione e continuità degli investimenti. Oggi non è ancora definita con certezza quale sarà la tecnologia vincente, ammesso che ce ne sia una sola. Per questo è necessario tenere aperte più strade, continuando a investire nelle rinnovabili ma anche evitando dipendenze troppo forti da filiere esterne. La transizione energetica non può
fondarsi su nuove vulnerabilità strategiche.

Se dovesse lasciare un messaggio finale sul mondo tra vent’anni, quale sarebbe?

Che non dobbiamo farci ingannare dall’idea che la tecnologia, da sola, risolva tutto. La tecnologia è decisiva, ma non basta. Il vero banco di prova sarà la capacità di tenere insieme innovazione, sostenibilità e coesione sociale. Se perderemo una di queste tre dimensioni, il sistema si incrinerà. Se invece riusciremo a farle avanzare insieme, allora i prossimi vent’anni potranno davvero aprire una stagione nuova. Il futuro, in fondo, non dipenderà solo da ciò che saremo capaci di inventare, ma da ciò che saremo capaci di rendere.

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