Luca Squeri, deputato di Forza Italia e relatore del ddl sul nucleare, parte da un numero che suona come una sentenza: «Attualmente abbiamo un sistema energetico che ha l’80% di dipendenza dal fossile e 20% da rinnovabili, così è nel mondo così è in Italia». Non è solo una fotografia, è un invito a diffidare delle scorciatoie: «Non c’è un’unica tecnologia che risolva il problema… mix energetico è l’unica risposta vincente all’obiettivo della decarbonizzazione». Nella sua «torta dell’energia», dove contano anche calore e mobilità, il nucleare è un ingrediente, non la ricetta.
Su quella parola – mix – si innesta Giuseppe Zollino, professore di impianti nucleari e responsabile energia di Azione, per metterne alla prova i limiti quando si traduce in solo rinnovabili. Il professore porta un esperimento volutamente estremo: un data center pugliese alimentato solo da sole, vento e batterie. «In borsa il prezzo sarebbe zero, poi faccio
i conti di quanto costa davvero quell’energia… e quell’energia lì costa 1100 euro a megawattora». Più che una previsione, è una provocazione: serve, dice, a «mettere una pietra sopra la velleità di fare solo con solare ed eolico». E infatti rilancia: «Per il modello italiano abbiamo bisogno del mix ottimale: 50% nucleare che lavora a base load e il resto solare, eolico, batterie, idroelettrico».
È qui che Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa Verde e deputato Avs, entra in scena per smontare sia i numeri che
l’impianto. Quelle cifre sono «francamente incredibili», ma il bersaglio vero è l’etichetta: «nucleare sostenibile». Più che
una disputa tecnologica, la sua è una critica politica: «Il 40% della produzione mondiale di uranio arricchito è nelle mani della Russia». Cambiare fonte, avverte, non significa liberarsi dalla dipendenza. E quando si passa ai conti, la critica si fa più concreta: decommissioning salito da 8 a 11,8 miliardi, scorie stimate in 566 miliardi. La domanda resta sospesa: «Chi paga, gli italiani o le imprese»? Il confronto si sposta allora sulle rinnovabili, dove le stesse cifre raccontano storie opposte. Squeri rivendica che «negli ultimi due anni è stato battuto il record di autorizzazioni» con 7 gigawatt sbloccati. Bonelli ribatte parlando di «una forte contrazione, pari all’8% nel 2025» e chiama in causa norme che avrebbero frenato il fotovoltaico. Per dare concretezza, porta la Spagna come controesempio: «Nel 2022 aveva il costo a megawattora, pari a 544 euro», oggi «la quota di rinnovabili è pari a 62%» e il prezzo «circa 46 euro», contro i 130 italiani. Il dettaglio, quasi provocatorio, è che Madrid ha già deciso «l’uscita dal nucleare al 2035».
Zollino prova anche a raffreddare il legame tra nucleare civile e militare: il plutonio prodotto, ricorda, è «inquinato» e inutilizzabile per armi con semplici processi. Ma è Simone Mori, ex presidente di Elettricità Futura ed ex manager Enel, a tentare una sintesi che suona come una critica a entrambi i fronti: contrapporre rinnovabili e atomo è un «falso dilemma». Da un lato segnala che, con le aste recenti, si è arrivati a energia modulabile a 70-80 euro/MWh; dall’altro avverte che «il 100% rinnovabili è un’icona vuota». Il nucleare resta «indispensabile» per ridurre una dipendenza dal gas «patologica», ma senza illusioni sui tempi: «Se cominciamo a lavorare oggi forse possiamo parlarne fra il 2035 e il 2040».
Intanto il conto resta una realtà presente. Bonelli ricorda «profitti per oltre 70 miliardi» delle grandi società energetiche e propone di tassarli; Squeri replica che un prelievo c’è già stato; Zollino avverte che senza nucleare, con solo «rinnovabili e batterie», i prezzi sarebbero «stabilmente altissimi». Le posizioni divergono, ma convergono su un punto: non si tratta di scegliere una bandiera tecnologica, ma quanta dipendenza il Paese è disposto ad accettare — e a quale prezzo.
